Labirismo.6

Si parla di te

(per Claudio Conte)

Così si parla di te,

finalmente…

Il tempo è galantuomo

siamo stanchi di girare a vuoto

di tornare al punto di partenza.

Un po’ di quiete, un sorso di vino

lo sguardo verso una donna

che sta passando. Chi è?…

Ci sorride e se ne va.

L’abbiamo ritrovata sulle tue carte

nuda e familiare. L’abbiamo cercata

per una vita. Non aveva nome

perché ogni nome era il suo nome.

E siamo qui a riesumare macerie

sepolte della tua storia.

Sono stati anni vivaci e ribelli:

nei tuoi sogni inseguivi verità

maldestre e involontarie,

catturavi polveri letali

e respiravi a stento. Non era

il tuo forte la grammatica;

lo era il tuo segno, vicinissimo

agli albori. Eri un dio biondo

capace di leggere il futuro

ma un giorno ti è crollato tutto

addosso. Solo ieri viaggiavamo

con la mente dove non saremmo

andati mai. Oggi ti parlo

come un oracolo che ha ritrovato

la sua bocca. Un’ epoca è volata via

in una notte e nessuno se ne è accorto,

tranne un vecchio mercante d’ombre

che passava. È stato un lampo

ed è cambiato l’universo.

Nulla rimane come è:

due giorni prima che partissi

la casa non aveva più muri,

gli spifferi si aprivano

come aquile affamate

su docili prede. Erano memorie

inesistenti, non facevano intendere

che sguardi avevano. Erano buchi

sull’eternità, finestre senza vetri,

persiane che danzavano al ritmo

del vento.

Ma cosa esiste allora?…

Io, tu, le Parche, noi, l’umanità

che si scompone e si ricompone

su un’idea vaga del presente?

Nè più nè meno, vivere

è rincorrere ricordi e svegliarsi

con le mani scorticate.

Quante volte ho visto le tue dita

sporche, grondanti di vita amara?

Quante volte ti ho sorpreso

senza armi a notte fonda?

Era solo la tua ombra

che parlava in cerca di figure

scomparse nel deserto.

Ogni giorno si muore

e ogni giorno si rinasce:

è resurrezione costante l’attimo

fuggito da tempi immobili,

l’orrore che si porta via

ogni piaga del corpo.

Tornerai a sbadigliare

di stanchezza e sonno

che non hai dormito.

Ti sveglierai e mi dirai

che ti sei trovato a tuo agio

tra gli spifferi di orizzonti

troppo aperti. Conversiamo,

sorpresi, alla tua verni;

ci guardiamo intorno, increduli,

del grande miracolo a cui assistiamo.

L’universo è più docile di quanto appare:

ti riconosciamo sulle tele che rivelano

ogni istante del tuo viaggio tra gli stili.

Forme, modi, varianti, colori

e tante altre cose che non ricordo.

Mitologie, geografie, percorsi,

segmenti dove hai collocato visioni

pensieri e ore sbiadite dalle attese.

È qui Zurigo, è sempre stata qui,

vivace più che mai, coi suoi grigi

e i suoi odori di lago che amavi

senza riserve. Camminare

per le sue rive e vincere dissidi

è stato più facile dei tuoi giochi

di prestigio. Le sere sono state lunghe,

si sono prolungate con cene frugali

e senza brio.

Ho freddo, dicevi

e poi chiudevi gli occhi.

Ti addormentavi sul divano

che ti raccoglieva come un fuggiasco.

Le luci erano un boccone amaro

da mandare giù. Lo sapevamo

che qualcuno era più forte,

ma non siamo tutti nemici

su questa terra, abbiamo un cuore

per sentire, occhi per vedere

gambe per raggiungere la meta.

Districarci nel groviglio.

Lo vedi anche tu che usciamo

dalle tane come formiche al primo sole.

Abbiamo anche smesso di rincorrere

soffioni e siamo pronti a comprendere

che la vita non si risolve in un tempo

circoscritto. Non è stato facile

stare dietro alle tue scie.

Prendevi il largo senza dire nulla

e tornavi che eri un altro.

Uguale e diverso.

Era questo il tuo fare:

improvviso, lieve, arcaico, a zig zag

istantaneo, spudorato, maschio.

Viviamo anche per questo:

è discordia l’arte, disputa

che ci tocca ogni giorno

da vicino e da lontano.

Ti abbiamo atteso dopo anni

di esilio nella terra di nessuno,

al riparo di abeti secolari

ci siamo nascosti come animali

braccati nella notte.

Saremmo usciti allo scoperto

solo per farci riconoscere.

C’è posto per tutti là fuori,

anche per te, errabondo

in cerca di amore e di vita.

La pazienza ha i suoi risvolti

di copertina che potrai disegnare

come vorrai. Ci mancano

le tue passioni e i tuoi ardori.

È una fortuna che qualcosa sovrasti

le nostre esistenze e le risposte

che ci diamo. Non finirà.

Non sono un saluto le ultime

parole che ti portano a noi.

(Salvatore Smedile)

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Un Commento

  1. Luciana

    quasi mi sembra di sentire l’odore di questi versi, di queste parole…. odore di carta e inchiostro, sotto un sottile strato di polvere… un odore d’altri tempi…..bagnato dall’odore di un fondo di vino asciugato in un bicchiere….

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